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Una casa tra greco e scirocco |
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Curzio Malaparte
Il giorno che io mi sono messo a costruire una
casa non credevo che avrei disegnato un ritratto di me stesso. Il migliore
di quanti io non abbia disegnati finora in letteratura. Da tutto
ciò che vi è di autobiografico nelle opere di ogni
scrittore, è facile trarre gli elementi, le linee del suo ritratto
morale. Anche dalla mia opera letteraria è facile trarre le linee
del mio viso morale. Ma non posso dire che i miei libri diano di me un
ritratto essenziale, nudo, senza ornamenti, quel ritratto che ogni
scrittore idealmente si prefigge di sé. Uno scrittore dipinge
sempre se stesso, in un certo senso, anche quando descrive un oggetto, un
albero, un animale, una pietra. Quando io scrivevo "Donna come
me", ad esempio, era il mio ritratto che io dipingevo in quell'essere
strano, che prendeva dal cavallo, dal cane, gli elementi della sua forma
interiore, il calco del proprio mondo interno. Fra tutti gli scrittori
italiani, credo di essere fra quelli, assai pochi, che più hanno
avuto il coraggio di mostrare quali sono.
Ma non mi era mai avvenuto di mostrare quale io
sono, come quando mi sono provato a costruire una casa. E benché
siano molte, e strane le prevenzioni che uno ha dell'architettura,
considerata come un tabù, un'arte difficile, etc., io mi accinsi
alla prova con un coraggio e una decisione, che nessuna difficoltà,
nessuna ostilità son riusciti mai a diminuire. E prima fu la scelta
del luogo dove costruire la casa.
V'era a Capri, nella parte più selvaggia,
più solitaria, più drammatica, in quella parte tutta volta a
mezzogiorno e ad oriente, dove l'Isola da umana diventa feroce, dove la
natura si esprime con una forza incomparabile, e crudele, un promontorio
di straordinaria purezza di linee, avventato in mare come un artiglio di
roccia.
Nessun luogo, in Italia, ha tale ampiezza di
orizzonte, tale profondità di sentimento. È un luogo, certo,
solo adatto per uomini forti, per liberi spiriti. Ché facile
è lasciarsi dominare dalla natura, diventarne lo schiavo, lasciarsi
stritolare da quelle fauci delicate e violente, farsi ingoiare in quella
natura come Jona nella balena. Mi apparve chiaro, fin dal primo momento,
che non solo la linea della casa, la sua architettura, ma i materiali con
cui l'avrei costruita, avrebbero dovuto essere intonati con quella natura
selvaggia e delicata. Non mattoni, non cemento, ma pietra, soltanto
pietra, e di quella del luogo, di cui è fatta la roccia, il monte..
E come nessuna concessione poteva da me essere fatta alla natura,
così nessuna concessione a quella falsa idea che gli uomini si
fanno, e cioè che l'architettura di un luogo si presti a ogni parte
del luogo: e per Capri, che l'architettura così detta caprese si
adatti egualmente al versante sul golfo, a quello di Marina Piccola, a
quello idillico, episodeo, di Anacapri, e a quello greco di Matromania.
Qui, nessuna casa appariva. Io ero dunque il
primo a costruire una casa in quella natura. E fu con timore reverente che
mi accinsi alla fatica, aiutato non da architetti, o da ingegneri (se non
per le questioni legali, per la forma legale), ma da un semplice
capomastro, il migliore, il più onesto, il più intelligente,
il più probo, fra quanti abbia mai conosciuti. Piccolo di statura,
silenziosissimo, poverissimo di gesti e di parole, l'occhio nero coperto
da una palpebra lenta e prudente e saggia, Mastro Adolfo Amitrano
cominciò col tastar la roccia con la mano: allora si scendeva sulla
Punta Massullo calandosi lungo uno sperone di roccia a picco. Passavamo
là, su quella punta ventosa, gran parte delle nostre giornate, ed
era d'inverno. Ma egli seguiva le mie parole, le idee che gli andavo
spiegando sulla casa, approvando o negando. Per mesi e mesi squadre di
muratori hanno lavorato su quell'estremo davanzale di Capri.
finché a poco a poco la casa cominciò a uscir dalla roccia,
sposata a quella, e prese forma, si rivelò per la più ardita
e intelligente e moderna casa di Capri. Molti eran quelli che avrebbero
voluto che io concedessi allo stile caprese, senza pensar che è
proprio qui, nel concedere e nel far stile, che io mi rifiutavo e stavo
sul mio. Nessuna colonnina romanica, perciò, nessun arco, nessuna
scaletta esterna, nessuna finestra ogivale, nessuno di quegli ibridi
connubi tra stile moresco, romanico, gotico e secessionista, che certi
tedeschi, trenta o cinquant'anni or sono, portarono a Capri, inquinando la
purezza e semplicità delle case capriote.
I problemi da risolvere non erano pochi, e non
erano facili. A cominciare dall'orientamento poiché c'era da
scegliere fra due venti, il greco e lo scirocco, che vi battono spesso. E
io preferii affrontarli col gomito, per così dire, orientando la
casa con gli angoli volti a tagliare i quattro punti cardinali. In quanto
alla sua forma, essa mi era dettata dall'andamento della roccia, dalla sua
struttura, dalla sua pendenza, dal rapporto dei suoi sessanta metri di
lunghezza con i suoi dodici metri di larghezza. La feci lunga, stretta
dieci metri, lunga 54. E poiché, a un certo punto, dove la roccia
si innesta al monte, la rupe si incurva, si abbandona, formando come una
specie di collo esile, io qui gettai una scalinata, che dall'orlo
superiore della terrazza scende a triangolo.
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